IMMACOLATA CONCEZIONE…OMELIA DI MONS. MONTENEGRO

Testo integrale dell’omelia che mons.Francesco Montenegro ha pronunciato in occasione della Solennità dell’Immacolata, presso la Basilica di San Francesco di Agrigento:

Oggi, festa dell’Immacolata, celebriamo Maria nella bellezza sconfinata e rasserenante della sua vita. Ma questo non deve farceLa pensare talmente grande da essere da noi ir­raggiungibile. No. Essere “immacolata” non è un privilegio che pone Maria lontana da noi o al di fuori della storia. Semmai è l’inizio di una storia nuova. Maria, “tutta santa”, non curva sotto il peso del peccato, aperta all’amore di Dio, degli uomini e della creazione, sfolgorante di bellezza vera che manifesta purezza e bontà, perfezione e semplicità, è il segno che il male è stato sconfitto.
In Lei si manifestano l’ottimismo di Dio sull’umanità e l’ ap­prezzamento che Dio ha dell’uomo, tanto da chiedergli di essere Suo partner nel portare a compimento la creazione. Lei è la certezza che tra Dio e l’uomo il dialogo ora è aperto: Dio è amico dell’ uomo. Da Maria impariamo che questa amicizia, possibile a tutti gli uomini (Ef 1,4), è il risultato della fede vissuta come incontro di amore, e non solo come rispetto di fredde norme.
Ma è possibile parlare oggi di bellezza? La storia presente, come quella passata, sembra escluderlo. Eppure, la liturgia odierna ci dice che la bellezza c’è; anzi è il progetto di Dio. La Bibbia, infatti, sia nella prima pagina (la creazione) come alla fine (Apocalisse), ci dice che Dio, così come è stato per Maria, fa della bellezza il destino dell’uomo.
Maria è la prova che in ogni uomo, nonostante la cattiveria, l’ egoismo, il peccato, c’è sempre almeno una pagliuzza d’ oro di bene, poiché tutti usciamo dalle mani dello stesso Creatore.
L’Immacolata è la festa sia delle nostre origini, che sono sante perché portiamo in noi l’impronta di Dio, sia del no­stro destino, perché la bellezza significa la vittoria definitiva sul male e sulla morte. Lo abbiamo ascoltato: “Dio ci ha scelti per essere santi e immacolati dinanzi a Lui”.
Maria, col suo sì, ha aperto un varco a Dio, il quale ora chiede a noi di fare della nostra vita un passaggio, sempre aperto, per Lui e per i fratelli.
Sì, il sogno di Dio su Maria, è lo stesso sogno su ognuno di noi. Non siamo dunque perduti o abbandonati.La storia di Maria ci rassicura che Dio ci pensa e continua a cercarci. Non dimentichiamo che, anche per noi, il segreto della gioia è racchiuso in una parola, piccola e grande insieme: “ec­comi”. Pronunciarla è lasciare che la bellezza prenda corpo nella nostra vita e nella nostra storia, consentendo così al sogno di Dio di realizzarsi nelle nostre case e per le nostre strade.
Con Maria, la tutta bella, è ormai cambiato il volto della sto­ria: la prima lettura, infatti, ci ha parlato di paura, quella di Adamo ed Eva, nel Vangelo abbiamo ascoltato parole rincuoranti: ‘non temere’.
Permettetemi ora, parlando di storia nuova, qualche parola sul rapporto tra noi credenti e la città, luogo che siamo chiamati non solo ad abitare ma anche a riempire di bel­lezza e di speranza. Lo dobbiamo fare perché il cristiano è promotore di novità e non può accontentarsi di lasciare le cose come stanno, ma di cercare sempre il meglio.
Vivere la città e darle un’anima, immettervi cioè bellezza, vuol dire puntare sull’attuazione di veri rapporti inter­personali, su una convivenza sociale umana e umanizzante, nella quale ogni uomo veda la sua dignità riconosciuta, ri­spettata e difesa, superando le diversità etniche, sociali, economiche, culturali, religiose.
Agrigento, oggi, nonostante non sia una grande metropoli, è vissuta da molti come luogo di insicurezza ed è considerata in situazione di debolezza. La cattura di capi mafiosi, l’essere la provincia più mafiosa della nazione, la cul­tura mafiosa che si insinua subdolamente e insistente­mente, sono tra le più gravi cause che provocano tali senti­menti. Ma è proprio questo senso di insicurezza a richiedere persone che insieme costruiscano la speranza, che insieme guardino avanti, che insieme pensino al futuro, che insieme si scrollino di dosso quella rassegnazione che paralizza idee ed azioni, che insieme guardino in faccia i problemi e co­struiscano una vita più sicura, più umana, dove la solidarietà diventa il motorino di spinta di ogni attività. Ho ripetuto di proposito la parola ‘insieme’, perché penso che la respon­sabilità di una città ‘diversa’ non cade solo sulle spalle di chi, in vario modo, ha il compito di amministrarla. È vero che gli amministratori, in qualunque ambito operino, hanno scelto di essere in prima fila e per questo è legittimo da parte di tutti aspettarsi sempre da loro che abbiano larghe vedute, che progettino ad ampio respiro, che per primi pensino al futuro di questo territorio, al bene comune e agli interessi della comunità, che non solo inizino ma anche concludano i percorsi operativi aperti. L’impressione, posso sbagliarmi, è che le conclusioni di molti percorsi decisionali tardano ad arrivare o non arrivano affatto (penso al centro storico, alla comunicazione tra quartieri, alla difficoltà di molti di vivere con dignità questa loro città: disabili, giovani, anziani, bam­bini …). Una politica col respiro corto, o litigiosa, o indifferente che vola alta senza affrontare i problemi, che insomma non di­venta concretezza, (come lo spettacolo che si sta offrendo a livello nazionale) impedisce alla città, a qualunque città, di ritrovare il suo volto. Questo però non toglie, anzi esige, cit­tadini attivi che non solo giudicano e delegano ma che si mettono in gioco perché la città abbia un volto bello. Non basta abitare la città né sentirsi depositari di diritti, bisogna che tutti ci sentiamo custodi di essa, sapendo che i doveri verso la comunità precedono gli stessi diritti. La città do­vrebbe essere il luogo dove si impara a vivere. Diceva La Pira che dobbiamo essere capaci di “amare la città come parte della propria personalità”. La città è di tutti, purché questo non significhi che è di nessuno. Insieme perciò rianimiamo la nostra città ritrovando e riproponendo lo spirito glorioso delle origini, di cui tanto ci vantiamo: riscopriamola come luogo del bene comune, organizziamola come spazio dove è possibile vivere l’amicizia, la partecipazione, il pluralismo, la pace, la giustizia, l’accoglienza, soprattutto dei più deboli. Ai turisti, che vorremmo numerosi, dobbiamo offrire l’immagine di una bella città: questo significa che tutti dob­biamo osservare le regole; penso alle soste, alla viabilità, al rispetto dell’ ambiente, al disordine, alla mancanza di pulizia delle strade. Non sorridete, se scendo in questi particolari che sembrano insignificanti. So bene che non è un pezzo di carta in più o in meno a terra o un parcheggio secondo le norme a cambiare la realtà. Ma il farlo significa che si sente rispetto per gli altri, rispetto significa attenzione, attenzione vuole dire accoglienza, l’accoglienza diventa amicizia. Un pezzo di carta in meno, una macchina non fermata in terza fila, significano accorgersi degli altri, sentirsi parte viva di una grande squadra, non composta da estranei, ma da gente che, come noi, vuole vivere meglio. È anche così che può venire fuori un’immagine diversa di città, la cui bellezza non è legata solo all’antichità e alle sue pietre, ma anche e soprattutto alle relazioni tra i cittadini e tra loro e chi viene a visitarla. Finiamola di sentirci precari della città o nella città, non è così che si riesce ad amarla. La città cambia se cambia la vita nelle strade, nei cortili, nei rioni, nei luoghi da noi abitati.
So di ripetermi, ma per noi credenti, la fede si incarna in un territorio e non solo nel chiuso delle chiese. Penso partico­larmente alle varie associazioni, ai gruppi di volontariato, ecclesiali, e soprattutto alle comunità parrocchiali. Ritengo che queste realtà, più di altre, devono sentirsi cariche di maggiore fiducia e speranza per creare una cultura nuova della città. La città non è la somma di tante isole, ma se, isti­tuzioni e cittadini, associazioni e comunità, ponendo come base l’umiltà, si relazionano tra loro, possono giocare d’ attacco sull’immaginazione e sul rinnovamento, in un impegno comune e duraturo. La cultura, il volontariato o la fede non sono ricerca ed occupazione di protetti orticelli dove coltivare piccoli interessi di parte, o luoghi dove impe­gnare in qualche modo il tempo libero, o dove rifugiarsi per chiudere gli occhi e cercare incontri e contatti che immuniz­zino dal quotidiano. Le parrocchie, soprattutto, non pos­sono chiudersi negli interessi della loro sopravvivenza, o nel mantenimento di forme cultuali che rischiano di procurare asfissia anziché vitalità. Devono essere luoghi di trasmis­sione di idee, di vita, di progetti. Gesù si ritirava in pre­ghiera, ma instancabilmente percorreva le strade degli uo­mini. Gli incontri più interessanti li ha fatti lungo la strada. La chiusura mina lentamente e inesorabilmente il processo di solidarietà, che invece è il supporto necessario per il dif­fondersi della buona convivenza. Tutti dobbiamo sentire la passione per il bene comune. E, grazie a Dio, in questa città, molti sono i cristiani e gli uomini di buona volontà. Occorre però mettersi insieme.
Concludo. Abbiamo parlato di Maria, di bellezza, di cielo e ancora una volta ci siamo ritrovati a parlare di noi, delle no­stre cose, della nostra città, che, per dono di Dio, è luogo ri­conosciuto di bellezza. Non sprechiamola. Lo ripeto, cielo e terra non sono distanti né si oppongono, ma si completano.
Maria, a bedda matri, ci aiuti a riempire di bellezza la nostra vita e la nostra città.
IMMACOLATA CONCEZIONE…OMELIA DI MONS. MONTENEGROultima modifica: 2010-12-09T10:05:46+01:00da sanfrancesco25
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